| L | M | M | G | V | S | D |
|---|---|---|---|---|---|---|
| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | |
| 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | 13 |
| 14 | 15 | 16 | 17 | 18 | 19 | 20 |
| 21 | 22 | 23 | 24 | 25 | 26 | 27 |
| 28 | 29 | 30 | ||||
Chi segue questo blog si sarà accorto che non scrivo da un po’ di tempo. Nulla di strano, considerando che mi ero ripromessa di non trasformare questo spazio in un dovere, come il lavoro. Non volevo che diventasse una routine, ma restasse un non-luogo, dove l’unica regola è scrivere per il desiderio di riflettere e condividere. Le righe che seguono arrivano dopo un periodo di eventi complessi, a tratti duri, ma anche bellissimi nella loro intensità. È un testo intimo, su cui ho esitato a lungo. Alla fine ho deciso di scriverlo. Sì, perché credo che possa essere utile ad altre donne – e non solo. E allora abbasso ogni muro.
Courmayeur, settembre. Il quindicesimo compleanno del Tor des Géants. Per chi mi legge da fuori Valle e non lo conosce, è una gara di trail estremo tra le più dure al mondo: 450 chilometri e oltre 32.000 metri di dislivello, lungo le Alte Vie 1 e 2 della Valle d’Aosta. Una prova per professionisti e appassionati della montagna, con punti vita e un’organizzazione straordinaria fatta di volontari, medici, amici e famiglie. Una sfida con se stessi. Il buio, il freddo, la fatica: si va avanti, passo dopo passo. L’obiettivo è uno solo: arrivare. Io non sono un’appassionata di montagna. Non so nemmeno sciare. Eppure, da quando il cancro è entrato nella mia vita, a chi mi chiede “come va?” rispondo: “Sto facendo il Tor. Un passo per volta. Ora sono ferma al punto vita. Tra poco riparto”.
Il mio punto vita era la pausa tra il reparto di chirurgia toracica e il passaggio al reparto di oncologia. Tra la mastectomia, la riduzione del seno destro e l’inizio della chemioterapia adiuvante. Un passaggio complicato. Ogni tre giorni tornavo in ospedale per le medicazioni. Il tempo massimo per attivare una chemio adiuvante è tre mesi dall’intervento. Un orologio che detta anche pressione ai chirurghi che devono occuparsi delle pazienti. Le ferite faticavano a chiudersi. Alla fine, si è deciso “Proviamo con la Terapia a Pressione Negativa – detta anche VAC Therapy-” mi ha detto il Dott. Donati. Serve a stimolare la guarigione attraverso un sistema a vuoto: un cerotto, un tubo, una macchina che aspira aria. Una tecnologia avanzata e molto efficace.
Io, con un sorriso, dicevo a chi mi chiedeva cos’era quel tubicino che usciva dalla maglia: “Mi hanno messo il seno sottovuoto!”. E ridevo. Perché a volte ci si salva anche così.
Il tempo massimo per attivare una chemio adiuvante è tre mesi dall’intervento. Dopo, non serve. Ma per iniziarla servono ferite chiuse. Ogni tre giorni tornavo in ospedale. Finché i chirurghi hanno deciso di provare con la VAC Therapy – una terapia a pressione negativa che “mette sottovuoto” la ferita.
Ha funzionato. E a settembre, con le ferite finalmente chiuse, ho cominciato la chemio.
Il reparto di oncologia si trova sullo stesso piano di chirurgia toracica. Da lì, dalla “sartoria”, come la chiamo io, fa quasi paura. Ho sempre immaginato gli oncologi come piccoli alchimisti. “Signora, se ci fossimo fermati al primo istologico, non avrebbe fatto la chemio. Ma con il secondo… non abbiamo scelta.”
La dottoressa ce lo ha spiegato con chiarezza. Due ore di parole calibrate, sguardi sinceri, risposte pazienti. Davanti a noi – a me, Davide e mia sorella – una giovane dottoressa minuta, lo sguardo fermo. Fuori dalla stanza, la fila. In un angolo, i volontari che ogni mattina offrono un caffè, una brioche, una caramella. E un sorriso. A volte basta poco per alleggerire la paura. Dentro, la paura cambia forma. Diventa consapevolezza. “È la mia amica, un po’ cattiva, ma è mia amica”, scrive Egle Barocco nel suo libro. E aveva ragione.
Quattro chemio rosse, una ogni tre settimane. Dodici chemio bianche, una ogni settimana. All’inizio non capivo: rosse? bianche? Su tutti i gruppi Facebook sul tumore al seno ne parlavano come fosse normale: “Quante rosse hai fatto?”, “Come hai reagito alle bianche?”. Io non avevo il coraggio di chiedere. Ora lo so. Le rosse sono più forti, più aggressive. Le bianche, teoricamente, più leggere. Io ho iniziato con le rosse.
Il giorno della prima chemio ero spaventata. La dottoressa mi aveva spiegato tutto: nausea, vomito, stanchezza, perdita di capelli. Quando ha pronunciato quelle ultime parole, lo ha fatto guardandomi dritta negli occhi, con una voce più bassa. Non deve essere facile dirlo.
Alle 10 ero lì. Visita con l’oncologa: esami del sangue ok. “Vada al piano zero, laboratorio PIC”.
Al laboratorio PIC fa freddo. Due infermieri gentili mi accolgono con un sorriso. Il PIC serve per inserire un catetere venoso centrale. Io ho scelto quello esterno, più facile da gestire ma che va medicato ogni settimana. Una scelta possibile solo grazie a mia sorella, che è infermiera. Ogni volta che mi medica, che si prende cura di me, penso: “Ma cosa avrò fatto per meritarmi tante attenzioni?”. Ma questo pensiero non è solo per lei. È per tutte le persone che mi stanno accanto. C’è anche questo lato della malattia: chi ti ama davvero lo fa a voce alta, ogni giorno.

Finito il PIC, torno al terzo piano. Davide è andato a casa. “Vai a mangiare, ti chiamo quando ho finito”. Non aveva senso tenerlo lì tre ore.
“Sei alla prima?” mi chiede Luana (nome di fantasia), la paziente accanto. “Sì.”
“Ma io ti conosco… non ti ricordi di me?”
La guardo, ho la testa vuota. Solo dopo inizio a ricordare, e mentre scorrono le prime flebo di preparazione, cominciamo a parlare. Lei non è stata operata. “Ce l’ho ancora dentro. È stata un’estate difficile.”
Anche per me.
Poi arriva il mio turno. Due flebo: una rossa come lo spritz, una trasparente come l’acqua. Temo la rossa. Ma sarà la trasparente a farsi sentire.
Mi alzo. Ho finito. La testa gira. “Come ti senti?” chiede Davide. “Come se avessi bevuto quattro prosecchi e due gin tonic a stomaco vuoto. Andiamo a casa.”
La nausea arriva subito. E resta. La prima notte: insonnia e tachicardia. “È il cortisone”, mi spiegano. Va preso per tre giorni. “Dal quarto potrebbe peggiorare.” E peggiora. La nausea diventa costante. Un’ipersensibilità agli odori mi fa sentire incinta. Plasil? Nulla. Zenzero, menta, rimedi naturali. Poi chiamo il mio medico. “Proviamo con altre pastiglie.” Proviamo. Niente. Eppure, sono riuscita a tornare al lavoro. Due giorni dopo la terapia, ho presenziato a un evento che avevo contribuito a organizzare per ‘Plaisirs de la Culture’. Avrei dovuto moderarlo io. Era impossibile. E qui è entrata in scena Cristina Deffeyes, amica e collega: con la sua professionalità ha condotto l’incontro con eleganza e attenzione, permettendomi di esserci senza dover forzare i miei limiti.
Anche lei è parte di questo cammino.
Quando mi chiedono: “Come va la chemio?”, spesso rispondo: “Un passo per volta”. Me lo avevano detto anche in chirurgia toracica. Vale ancora oggi.
Ora mi preparo alla seconda rossa. La salita continua. Ma in questo Tor c’è una certezza: anche nei momenti bui, qualcuno ti accende una torcia.
Che fantastico Tor, no?
Vivo tra i monti, sono curiosamente curiosa. Scrivo. Amo il jazz e il buon vino.
Sei speciale! ❤️
Continua così il tuo Tor 💪
Adesso rilassati e goditi la vacanza 🌟😘
❤️
Cara amica e compagna di avventura, la chemio è cattiva ma è nostra alleata perché ci aiuta a scongiurare la ricomparsa dell’ospite sgradito. Ricordati che è solo un periodo, una tappa faticosa del tuo Tor, e presto tornerai a sorridere più ” forte”.
Un abbraccio
Grazie Egle!
Per me, il Tor l’hai vinto tu. Force et courage Genny!
Merci Paolo.
Accidenti a te, mi fai sempre piangere! Scherzo… un grande abbraccio, buona vacanzina
Ciao Genny, è sempre bello leggerti ! Mi sembra un po’ di essere lì con te. Questa sera sono stata al Giacosa ad un evento organizzato da Barbara Biasia&Co. Musica (Gli Ospitalieri), riflessioni su tumore al seno, cura di sé durante la malattia e bellezza . Erano presenti medici chirurghi toracici, oncologi e infermieri che hanno portato sul palco riflessioni interessanti.
Ho pensato a te tutta la sera.
Ti abbraccio e continua il tuo Tor. Ti aspetto all’arrivo e se vorrai anche durante le tappe nei piccoli momenti di riposo per due parole e un caffè.