| L | M | M | G | V | S | D |
|---|---|---|---|---|---|---|
| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | |
| 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | 13 |
| 14 | 15 | 16 | 17 | 18 | 19 | 20 |
| 21 | 22 | 23 | 24 | 25 | 26 | 27 |
| 28 | 29 | 30 | ||||
L’espressione “oltre ogni ragionevole dubbio” è tipica del diritto penale e indica il livello di certezza richiesto per condannare una persona: non basta che sia probabile o possibile che abbia commesso il reato; la prova deve essere così convincente da eliminare qualsiasi incertezza plausibile.
Quel dubbio, però, l’ho provato anch’io. Mi è venuto al risveglio, con Davide accanto a me nel letto. Mi ha dato il buongiorno: “Ehi, sveglia”, sfiorandomi il viso con le sue lunghe dita. Amo le sue mani. Le ho sempre amate, dal primo giorno in cui venne a prendermi alla stazione di Porta Susa a Torino. Quella che allora era casa sua e che era stata casa mia per oltre cinque anni.
La stazione, dove molti giovani valdostani scendevano la domenica sera per iniziare la settimana a Palazzo Nuovo o al Politecnico, oggi è completamente rifatta, a qualche centinaio di metri dalla vecchia. Alla vecchia toccò anche subire la caduta del tetto: ne parlarono tutti i “Tiggì”.
Chissà a quanti pendolari sarà venuta la stessa sensazione di incertezza.
Io ho sempre avuto dubbi, soprattutto quando non conoscevo o non mi fidavo. Quando il primario di chirurgia toracica di Aosta, verso fine giugno, mi convocò per parlarmi di tumore, cancro e mastectomia, ebbe un momento di smarrimento. Lo vidi nel suo sguardo: doveva pronunciare la parola mastectomia e non sapeva come avrei reagito. Io gli dissi di dirmi tutto come stava. Fu chiaro: parlò della mastectomia e aggiunse, “Se per qualsiasi motivo ritenesse opportuno chiedere un altro parere, anche solo perché qualcosa non la convince, lo chieda”. Decisi che non lo avrei fatto, almeno non per la parte chirurgica. Un professionista che invita a confrontarsi con altri sa cosa fa e agisce correttamente, nel pieno rispetto del paziente.
Eppure chi affronta percorsi difficili in salute, non si è mai trovato ad avere dubbi? Sono convinta di sì.
A me accadde quella mattina, quando Davide mi diede il buongiorno, ed io scoppiai a piangere. Dopo due interventi, una chemio in programma e ferite che faticavano a chiudersi, la paura di ripartire da zero era inevitabile.
“Se le ferite non si chiudono, dovremo passare al piano B”, aveva detto il primario. Significava tornare in sala, rimuovere la protesi e posizionare un espansore. Gli oncologi erano stati chiari: la chemioterapia deve iniziare subito. Purtroppo, l’ultimo referto istologico non era del tutto soddisfacente.
“Genny”, mi ricordò uno dei chirurghi più silenziosi e calmi del team, “la priorità è eliminare la malattia”. Il resto viene dopo. A ragionarci, era giusto, ma quella mattina mi sembrava inaccettabile.
“Davide, dobbiamo andare a Candiolo, lì c’è un centro specializzato.”
“Andiamo”, rispose lui.
Dopo un bicchiere di latte freddo iniziai a chiamare. Era ancora chiuso. Al lavoro riprovai e la segreteria mi passò la libera professione: “Ho una dottoressa libera oggi alle 16.00, può venire?” Accettai. Il viaggio dura circa due ore. La mia datrice di lavoro non ebbe dubbi: “Genny, vai”.
Durante il tragitto, la dottoressa mi richiamò. Le anticipai cosa volevo chiarire: “Vorrei capire se esiste un modo per favorire la cicatrizzazione”. Non se ne occupava direttamente, essendo senologa: “Provo a sentire il mio collega di chirurgia estetica”.
Arrivata, tutto era organizzato. Prima della visita c’erano numerino, segreteria, pagamento.
“Sei agitata?” chiese Davide.
“Sì”, risposi.
“Ma va”, mi rassicurò.
Entrammo nel laboratorio. Era piccolo e piuttosto spoglio, niente materiali per medicazioni o disinfettanti come di solito si vede ad Aosta. Mi presentai, raccontando per l’ennesima volta chi ero, cosa mi era successo e perché fossi lì.
Mi spogliai e il chirurgo iniziò la visita. Schiacciò il seno sinistro, quello più problematico: “Non mi sembra messo male”, disse. Poi osservò il destro: “Il destro è praticamente guarito”. Prese una garza sterile e un cerotto, che applicò sul seno sinistro; per il destro, ricevette comunque un cerotto solo dopo che lo chiesi esplicitamente. Su entrambi i seni non utilizzò disinfettante né altre medicazioni. Ci feci caso: ad Aosta ogni passaggio viene eseguito con cura, usando materiali e medicazioni specifiche. Qui, invece, sembrava di trovarsi in un piccolo laboratorio disperso, senza le risorse per medicare a cui ero abituata.
“Guardi, quello che ho visto è esattamente quello che avrei fatto io qui a Candiolo. Tutto è stato fatto correttamente. Le ferite stanno guarendo e l’ipotesi prospettata dall’équipe di Aosta era esatta. Può tornare a casa tranquilla”, concluse consegnandomi un foglio A4 con carta intestata dove ribadiva quello detto a parole.
Mentre tornavo a casa sotto un diluvio universale, mi sentivo un po’ in colpa: sapevo che l’équipe di Aosta si era davvero spesa per seguirmi giorno dopo giorno. Eppure, nel dubbio, avevo cercato conferme altrove. Malgrado tutto, sentii anche un senso di calma tornare.
Oltre ogni ragionevole dubbio, eh già.
Vivo tra i monti, sono curiosamente curiosa. Scrivo. Amo il jazz e il buon vino.
A volte si cercano anche possibili pratiche tribali, giacché la speranza è quell’appiglio che consente anche l’assurdo. Nulla ha la voce del proibito; nulla deve schiacciare e opprimere più del reale. Ogni oggi può essere già abbastanza… Buon tutto.