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Quando sono arrivata al Parini, dopo l’intervento di svuotamento ascellare del 30 luglio, l’infermiera mi ha accolta con un sorriso: “Bentornata, questa volta hai la stanza tutta per te e puoi sceglierti il letto”. Ho scelto quello vicino alla porta. Quando si è lontani da casa, stare vicino alla porta dà un senso di sollievo, come se significasse che il soggiorno sarà veloce.
La camera, la numero 5, era stretta e lunga, con due grandi finestre. Una camera panoramica con vista sulla prima collina di Aosta. Tra una lettura e una serie su Netflix, ho passato ore ad osservare le case. Ce n’era una che mi incuriosiva particolarmente, sembrava una struttura degli anni ’70, con grandi vetrate interrotte da pilastri in ferro. Mi dava la sensazione che ci fosse anche una piscina a filo con la pendenza della collina. Ma era solo una sensazione.
Ho immaginato chi potesse abitarla. Immaginato, sì, perché non avevo gli occhiali e tutto era sfocato. Macchie con dettagli. E andava bene così. Non mi andava di vederci chiaro. Era proprio quello che stavo vivendo: nessuna chiarezza, finché non fosse arrivato l’istologico dei linfonodi (clicca qui per scoprire cos’è). E tanto sapevo che non sarebbe arrivato in fretta.
È arrivato, invece, il dolore. Prima all’ascella, completamente insensibile, poi all’avambraccio, infine al gomito. Le chiamano parestesie. A questo si è aggiunto il dolore al seno: durante l’operazione hanno dovuto rivedere qualcosa, la ferita non voleva cicatrizzare. “Ha rischiato che saltasse fuori la protesi”, mi ha spiegato il medico. “Ora sembra tutto a posto, le abbiamo messo una VAC”, ha sorriso il chirurgo.
I chirurghi della chirurgia toracica sono davvero eccezionali. Ognuno con il suo carattere, ma tutti con quell’energia positiva che ti rasserena. Io sono una donna abituata a combattere, ma ho capito come in un attimo ci si possa sentire deboli, e come basti un piccolo gesto per farti stare meglio. Un cerotto tolto con delicatezza, una battuta detta al momento giusto. Gesti che diventano regali.
Ho intervistato medici e infermieri, ho avuto amici tra loro, ma solo ora che vivo in prima linea questa guerra capisco il legame che si crea. Capisco la fatica.
Spesso di notte mi sveglio. Anche in ospedale succedeva, verso le 4:30. Allora mi alzavo e camminavo lungo il corridoio del reparto. Avevo solo un drenaggio, lo infilavo nella borsa vintage inglese con le violette viola su fondo bianco, regalata dall’associazione VIOLA (scopri Viola), e perlustavo la notte.
In fondo al corridoio, sul muro, le foto del calendario ideato da Barbara and Co. (scopri Barbara and Co) Ogni reparto che si occupa di tumore al seno, comprese le pazienti, ha interpretato film iconici. La chirurgia toracica è rappresentata dai supereroi: il primario diventa Indiana Jones, le infermiere e le OSS posano con il chirurgo nei panni di Superman. Li riconosco tutti: li ho incontrati nei miei due ricoveri.
Un po’ più avanti, sul muro di fronte, le foto del reparto di oncologia. Loro non li conosco. Li guardo e so che presto li conoscerò. È questione di tempo. Il tempo che arrivi il risultato dell’istologico.
Dalla prima operazione molte persone mi hanno chiesto: “Hai male?”. L’idea dell’amputazione di un seno si associa subito al dolore. Ma il dolore vero è nel percorso, nel dopo. E poi ci sono gli antidolorifici. Già, gli antidolorifici.
A forza di sentirlo chiedere, ho pensato a cosa significhi subire un’amputazione a Gaza, in Ucraina, in una zona di guerra. Senza accorgimenti, senza cure, senza antidolorifici. Noi diciamo “ho male” e subito qualcuno ci risponde: “Non devi soffrire, non ti fa bene”. Che fortuna essere nati qui.
Eppure anche con tutta questa fortuna la malattia ti cambia. Ti rende fragile. È come se ti rapisse la vita e ti lasciasse in sospeso. I tempi si allungano e resti lì, nel tempo verticale. Solo tu puoi decidere come uscirne.
“Dottore, posso chiederle una cosa?”. È stato il mio primo colloquio post-operatorio. “Secondo lei a Ferragosto potrei presentare il libro di Giuliana Sgrena al Forte di Bard? Era in programma prima della diagnosi”.
“Interessante, la Sgrena. Perché no? Magari dovrà solo portarsi dietro la macchinetta della terapia a pressione negativa ( clicca su VAC per i dettagli), ma non credo le darà fastidio”.
E così, a più di dieci giorni dall’intervento, dopo due mesi tra ospedali e dolore, avrò il piacere e l’onore di presentare l’ultimo libro di Giuliana Sgrena, Me la sono andata a cercare, venerdì 15 agosto alle ore 18, all’interno della rassegna Fantasy Bard.

Nel frattempo sono tornata a casa. L’istologico è arrivato, me lo ha comunicato la Dottoressa dopo il consueto appuntamento per le medicazioni. “Tutto negativo” mi ha sorriso, io ho pianto come una bambina, non ci credevo. Grazie.
Vivo tra i monti, sono curiosamente curiosa. Scrivo. Amo il jazz e il buon vino.
Un passo alla volta arriverai lontano. Spero di esserci il 15 anche solo per un sorriso tra noi. Forse un abbraccio sarebbe troppo per il tuo braccio.
Ciao Genny
Mi ha piaciuto molto il tuo racconto. Non smettevo di pensare alla mia sorella che ha percorso quella strada turbolenta. Quanto importante è la qualità umana delle persone accanto a te e le piccole gioie del quotidiano, giorno x giorno, per affrontare quella arrogante ombra che a volte lascia con un pensiero costante, battito lento e senza fiato.
Miei migliori auguri per te!
Sono commossa!