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Ci sono giorni in cui si è pronti. E altri in cui, semplicemente, non lo si è.
Mercoledì mattina sono tornata al Beauregard. La seconda operazione nel giro di un mese. Avevo provato a prepararmi, come sempre faccio, cercando di costruire una mappa, una strategia. La sera prima avevo visto Tutto il mio folle amore, un film di Salvatores ispirato a Se ti abbraccio non aver paura. In quel film, per affrontare il caos della vita, padre e figlio dividono ogni cosa in fasi: fase uno, fase due… Una dopo l’altra, per non lasciarsi travolgere.
Così, nel mio silenzio dell’attesa, mi dicevo: “fase due, svuotamento ascellare”. Ma il corpo, a volte, non segue i pensieri. Le vene non collaborano, al terzo tentativo ancora nulla. Mi dicono che forse ci sono delle “capsule”. Anche il blocco dei nervi sulla schiena fa più male del previsto. Sento che non ce la faccio a reggere tutto, sento che oggi non è giornata. E va bene così. Perché ci sono giorni in cui non si può essere forti. E accettarlo, forse, è già un modo di resistere.
Intorno a me, come sempre, un’équipe attenta, competente, paziente. Vedo i loro gesti, le mani, i sorrisi. Mi tengono a galla mentre io non riesco neanche a fingere. C’è qualcosa di profondamente umano in tutto questo: sapere che anche quando vacilli, c’è chi ti sostiene senza bisogno di parole.
Mi risveglio con la stessa tristezza con cui mi ero addormentata. Non ero riuscita a ingannare la mia mente buttandoci dentro immagini a caso di me, Davide e Raffy in bicicletta a Favignana. Quando sono arrivata in reparto ero iperattiva, esattamente come era successo nella precedente operazione. Una reazione che non riguardava solo me.
Marienne (nome di fantasia) arriva dall’alta montagna, ha oltre 70 anni, due occhioni azzurro-grigi. Quadrantectomia. È spaventata, lo siamo entrambe. Anche a lei l’anestesia fa lo stesso effetto, e così cominciamo a parlare. Parliamo tanto. Quanto fa bene parlare in queste situazioni.
Mi racconta della sua vita dura, di quanto ha dovuto affrontare ma anche di quanto è orgogliosa come madre e come nonna. Presto ci sarà una grande festa, un matrimonio: “È già tutto pronto, sai”. “Ogni tanto piango” mi dice. “Anche io” le rispondo.
Il mattino facciamo colazione con le puerpere, come le chiama lei, “su da noi non nascono più bambini” mi racconta. Calo demografico. Quante volte ne ho scritto, eppure questa volta è testimonianza, mica dato matematico. Ma non mi ci fermo sopra, acquisisco e basta.
Che tu abbia settant’anni o cinquanta, che tu abbia affrontato una quadrantectomia o una mastectomia, la sensazione è la stessa. È come se di colpo ci si guardasse negli occhi una con l’altra e si diventasse uguali. In un mondo fatto di disuguaglianze, la malattia ti porta tutti sullo stesso piano.
Marienne è tornata a casa il giorno dopo. Eppure è stato così bello averla con me. Le sue parole, il suo sguardo, il suo modo di esserci: discreto ma presente. Quel breve incontro ha lasciato una traccia.
In fondo, la malattia fa questo: toglie molto, ma a volte restituisce legami impensati. E se si ha il coraggio di restare aperti, di ascoltare, può regalare incontri preziosi.
Merci, Marienne.
Vivo tra i monti, sono curiosamente curiosa. Scrivo. Amo il jazz e il buon vino.
Ciao Genny, come sempre ci regali profonde riflessioni oltre alle informazioni sul decorso della tua malattia da me molto attese.
Un incontro, quello con Marienne, intenso e dolce che solo chi sa aprirsi all’umanità può apprezzare. Grazie. Ti abbraccio