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Mi hanno operata mercoledì 2 luglio. Mastectomia al seno sinistro e riduzione del seno destro.
Questo articolo avrebbe dovuto intitolarsi “Grazie!”, ma si sa: “grazie” non è un titolo che attira l’attenzione. E se il titolo non attira l’attenzione, non ha neanche la possibilità di essere letto. Invece io voglio che venga letto. Voglio che venga letto per dire grazie: a Davide, a Raffy, alla mia famiglia, agli amici che mi hanno scritto, ascoltato, sostenuto. A chi ha commentato sul blog, su Facebook. Alle donne che hanno dedicato tempo a rassicurarmi: “Ci sono passata anch’io e sono qui” oppure “Ci sto passando anch’io, e ho paura come te”.
Ma anche per raccontare l’operazione. Cosa significa affrontarla. Cosa significa essere una squadra. E perché oggi tutto questo Grazie è per la squadra.
Martedì sera non riesco a dormire. Davide mi abbraccia nel buio. Piango. Penso che da domani il mio corpo non sarà più lo stesso. Sono confusa. Odio essere confusa. “Non voglio, Davide. E tu? Come mi vedrai?”. Perché questa storia mette in gioco più attori, con punti di vista diversi.
“La cosa importante è che quel coso se ne vada via. Per me sei bellissima. Ora dormi.”
So che ha ragione. Mi addormento pregando Maria. È una figura a cui sono legata. Quando ho avuto grandi difficoltà, mi sono sempre affidata a Lei. Il 2 luglio a Rhêmes-Notre-Dame si celebra proprio la festa della Madonna, legata al Santuario di Notre-Dame de la Guérison.
Alle 7:30 siamo al Bauregard: io, Davide e Raffy.
“Buongiorno, sono Perron, devo essere operata oggi. Mastectomia.”
L’infermiera mi accoglie con dolcezza. “Può entrare solo una persona. Intanto le faccio vedere la stanza”. Entra Davide. Percorriamo il corridoio. Riconosco la stanza: l’ultima volta ci sono entrata 18 anni fa, quando è nato Raffaele. Anche allora non fu semplice, 24 ore di travaglio. Ma quella stanza per me significa gioia, un nuovo inizio.
Una bella coincidenza, penso.
Mi consegnano la camicia da indossare. Mi cambierò più tardi. Torno da Davide e Raffy. Arriva anche mia sorella. Li guardo e penso: non sarà facile per loro. Aspettare fuori dalla sala è spesso peggio che starci dentro. Il tempo non passa mai, e quando l’intervento si allunga, arriva la paura.
Mi cambio. Si scende. Entro nella sala pre-operatoria. I muri sono giallo canarino. Accanto a me una signora si sta svegliando.
“Ciao, sono l’infermiera della sala operatoria. Posso farti qualche domanda?”
Mi dice il suo nome. È quello che Davide avrebbe voluto dare a nostra figlia, se fosse stata femmina. Sorrido. Tutto sta per iniziare.
C’è musica in sottofondo, sembra una stazione radio, ma non riconosco il brano. Arriva la dottoressa che avevo incontrato il giorno prima, durante il pre-operatorio, quando insieme al collega aveva tracciato con un pennarello indelebile un disegno sul mio corpo, come fosse un cartamodello. C’è molta attenzione in questo nuovo incontro. Chi ho di fronte capisce che sono disorientata, che ho paura.
“Posso fare una domanda stupida?”
Mi sembra banale, fuori luogo rispetto alla gravità della diagnosi.
“Nessuna domanda è stupida, soprattutto in questo momento”, mi rassicura.
“Ma… sarà tanto più piccolo, il mio seno?”
Non avrei mai immaginato, in tutta la mia vita, di pronunciare una frase così.
“Abbiamo scelto la protesi migliore, affinché la differenza non sia troppo visibile. Vedrà.”
Sorride. È sicuro di sé, e mi trasmette serenità. Poi riprende il suo lavoro, con gesti precisi. Domani è vicino.
Mi torna in mente una frase di un mio amico medico:
“Vedi, Genny, noi in fondo siamo artigiani.”
Ora capisco davvero cosa intendeva.
“Buongiorno, sono l’anestesista.” È sorridente, è donna, sa cosa fa, si vede. Mi spiega che mi faranno un blocco dei nervi sulla schiena. Non capisco tutto, ma so che servirà a farmi soffrire meno dopo. “Ok.”
“Le piace lo spritz?”
“Sì.”
“Bene, allora le faccio uno spritz.”
È ironica. Mi somministra un po’ di antidolorifico, così da non sentire dolore. E infatti… provo solo un leggero fastidio, nulla di più. È fatta.
Guardo intorno, ho bisogno di vedere, di capire. Tutti si muovono, sento energia. Una squadra. Ognuno fa la sua parte perché tutto vada per il meglio.
“Cerchi di addormentarsi pensando a qualcosa di bello. Così si sveglia con quel ricordo.”
È il momento. Si entra in sala. Tanta gente intorno a me. Si parlano. Ultime indicazioni. Li sento carichi. “Sta comoda?”
“Sì, grazie.”
Boom. La luce si spegne. Parte il viaggio. Ora guidano loro.
Mi addormento con quella energia addosso. Con la sensazione di essere parte di quella squadra. Perché ora tocca a loro, ma poi toccherà a me.
È andata bene. L’intervento è durato un po’ di più del previsto, ma è andato tutto bene. Non c’è più, lo hanno eliminato. Ma io non mi sveglio pensando a questo.
Mi sveglio con l’immagine di tutte quelle persone che stavano lavorando per me. Di tutte le persone preoccupate per me. Mi sveglio pensando che ora tocca a me. Che devo reagire.
Ora tocca a me.
Link utili per approfondire: https://www.topdoctors.it/dizionario-medico/blocco-nervoso-periferico/
Vivo tra i monti, sono curiosamente curiosa. Scrivo. Amo il jazz e il buon vino.
Un abbraccio.
Un abbraccio.
Hai ancora una bellissima strada che aspetta i tuoi nuovi passi!
Un abbraccio con tutto il cuore.. ♥️
“Cerchi di addormentarsi pensando a qualcosa di bello. Così si sveglia con quel ricordo.”
Ecco, vedi (?): è come cominciare una frase e ora devi proseguirla. Sono importanti le parole, sono pure loro un pezzo del nostro corpo e una parte della nostra vita: tu scrivile a scaricarti e a guardarti; in certi momenti sono le amiche più care che possiedi.
Come quando pulisci e rassetti una stanza: spolveri un tratto alla volta e intanto pensi e decidi come sistemerai quel briciolo di futuro (si spostano o sostituiscono le cose: comunque tuo futuro). Anche il modo di accarezzare qualcosa si adatterà al dopo e sarà bello, anzi più bello; anzi migliore; addirittura nuova stimolante abitudine.
Continua. Buon tutto.