| L | M | M | G | V | S | D |
|---|---|---|---|---|---|---|
| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | |
| 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | 13 |
| 14 | 15 | 16 | 17 | 18 | 19 | 20 |
| 21 | 22 | 23 | 24 | 25 | 26 | 27 |
| 28 | 29 | 30 | ||||
“Pronto? Parlo con la signora Genny Perron?”
“Sì.”
Ma io lo sapevo già chi era dall’altra parte.
Con i cellulari e la sparizione dei numeri fissi, si riconosce subito quando ti chiama uno dei due ospedali della regione più piccola d’Italia.
Figurati se sei pure giornalista.
La voce è un po’ titubante. Si sente l’imbarazzo del dover comunicare.
Chi si prende la responsabilità di creare allarmismo?
Chi lo sa come reagisce chi c’è dall’altra parte?
Comprensibile.
Comunque la chiamata è arrivata. E in fretta.
Neanche dieci giorni.
E chi, come me, è abituata a partire dai dati per costruire strategie… be’, questo è un dato.
“Dovremmo fare un ulteriore controllo, in seguito alla mammografia.”
Sì, be’, lo sapevo.
Me lo aspettavo.
Lo sapevo. E no, non è una ripetizione: è un rafforzativo.
Penso: magari le chiedo in cosa consisterà.
“In cosa consiste?”
Rimane un attimo sorpresa. Forse ha pensato: “E adesso cosa le dico?”
“Un’ecografia.”
Va be’, penso. Niente di impegnativo.
“Vengo con te”, mi dice il mattino dell’esame l’amica del cuore.
“Ma figurati! Per un’eco! Vai al lavoro, ti chiamo dopo.”
Mi accendo una sigaretta e mi avvio verso il solito ascensore del Beauregard.
Quello con il piano -1, che non si capisce mai perché.
Lo penso ogni volta che pigio sul piano zero.
Da lì si entra. Dritta, poi a destra.
Torno esattamente dove sono andata la prima volta per la mammografia.
C’è un po’ di attesa.
Stavolta, nessuna faccia conosciuta.
Nell’attesa, penso che almeno la mammografia non mi tocca di nuovo. Ho già dato.
Così, come la prima volta, torno al mio giochino: costruisco giardini.
Forse perché nella realtà qualsiasi pianta tocco… muore.
“Prego, venga.”
Un lettino, due persone in camice. Capisco che sono medici.
Uno, credo, è un tecnico.
Sul computer ci sono le immagini della mia mammografia.
“Vede qui? Queste macchie bianche. È calcificazione.”
E quindi?
“Ora approfondiamo. Si spogli.”
“Venga con me”, dice una terza persona, anche lei in camice bianco.
Va rifatta un’altra mammografia.
No.
Avrei voluto salutare tutti e andarmene.
“Mi spiace, lo so che le fa male, ma dobbiamo rifarla.”
La guardo.
Capisce che ho il terrore. Glielo leggo negli occhi.
Cerca di fare in fretta, di rendere tutto il meno doloroso possibile.
Ma sa che non dipende da lei.
“Si lasci cadere verso la macchina.”
Di nuovo.
Stavolta fa più male.
Forse perché manca poco all’arrivo del ciclo e il seno è più sensibile.
“La prego, faccia in fretta.”
A momenti svengo.
Ne manca ancora una. La laterale. O almeno credo sia quella.
Penso: dai, Genny, trattieni il fiato.
Finita.
“Ora può andare di là.”
“Di là” è la sala iniziale.
Lettino. Medici.
Le immagini della vecchia mammografia.
“Si sieda sul lettino, così la visitiamo.”
Sono arrabbiata.
Lo sento.
Chi è di fronte a me lo capisce.
Cerco di calmarmi.
“Ora si sdrai.”
Capisco che è il momento dell’ecografia.
Basta poco.
Qualcosa non va.
È chiaro.
Anche se non capisco nulla di quella materia.
“Qui direi di fare istologico, che ne dici?”
“Sì.”
“Facciamo anche micro, che ne dici? Almeno si lavora meglio.”
Penso: perché non ho detto a Davide di venire con me?
I pensieri partono veloci.
Ho paura.
“Ora le facciamo un’anestesia locale e preleviamo dei campioni.”
Le OSS — due — mi guardano.
Sto piangendo in silenzio.
Ho capito quello che non si può dire.
Ma che mi verrà comunicato tra qualche giorno.
“Le asciugo un po’ il gel. Ora le metto il cerotto sul seno.
Vediamo di non prendere il capezzolo.
Metta il ghiaccio, così non le viene troppo ematoma.”
C’è un amore immenso nel mettere quel cerotto.
Siamo in cinque, in quella stanza.
“Dobbiamo aspettare i risultati”, mi dicono.
Ma lo abbiamo capito tutti.
Non è un’infiammazione.
Non è una ciste.
“Senta, io ho un figlio di diciott’anni.
Devo aspettarmi di non riuscire a vederlo laurearsi?”
Lo dico. Diretto.
“Stia tranquilla. Vedrà suo figlio laurearsi.”
Lo abbiamo beccato.
Beccato in tempo.
Glielo leggi negli occhi.
Vivo tra i monti, sono curiosamente curiosa. Scrivo. Amo il jazz e il buon vino.
Ciao Genny. Ho letto entrambi i tuoi spezzoni testi.
Mi dispiace molto che ti stia succedendo questo,ma ti ringrazio per il coraggio che hai nell’aver deciso di volerlo condividere. Spero che la tua strada non sia troppo in salita.
Aspetto il prossimo pezzo.
Un abbraccio
Nicole
Ciao Niki, grazie :-*
Ciao Genny , ti leggo e ti ammiro per il coraggio che hai e per voler condividere con noi questo viaggio non previsto. Sono con te e ti abbraccio