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Quando chiami il numero per prenotare la mammografia, ti propongono di aderire al programma di screening.
Per me, non faceva alcuna differenza: che mi dicessero “aderisci al programma” o “prenota una mammografia” era la stessa cosa.
Chi mi conosce lo sa — o l’ha capito da tempo — che tutto ciò che ha a che fare con esami, controlli, salute, cura di sé, benessere… mi mette addosso una specie di allergia.
Un’idiota, insomma.
“Poi lo faccio”, “non ho tempo”, “sì, poi prenoto” — erano le mie risposte standard, a domande che trovavo fastidiose.
Domande poste, ovviamente, da chi mi vuole bene.
Ignoranza, paura, rinvio. Tutto insieme.
Non ne sapevo abbastanza.
E non volevo sapere di più.
Questa volta, però, ho fatto come mi è stato consigliato da chi ne sa più di me.
Ho composto il numero.
Ho detto: “Pronto, vorrei aderire al programma di screening e prenotare una mammografia. Credo ci sia qualcosa che non va.”
Mi danno appuntamento nei primi giorni di maggio.
Una settimana, poco più.
Veloce.
In Valle d’Aosta ci sono due ospedali.
Il primo è in centro, ad Aosta. Il “Parini”, dedicato a uno dei medici più stimati della regione.
Il secondo è alle porte della città, al confine con Saint-Christophe: il Beauregard.
Un edificio che architettonicamente stona un po’ con il paesaggio alpino.
All’inizio doveva diventare un carcere. Ora è l’ospedale dove si nasce. Quelle poche nascite che rimangono.
L’entrata è in un piano seminterrato.
Un tunnel ti porta all’ascensore.
Piano zero. Ma il piano di partenza è il -2.
Non si capisce il senso. Forse nemmeno serve.

L’ultima volta che ero stata lì, era per mio suocero e mia suocera. Cataratta.
Un anno e tutto risolto.
Per entrambi.
Pensavo che per un po’ non ci sarei più tornata.
E invece.
“Prego signora, si accomodi. La chiamano con questo numero.”
Mi siedo.
Il tempo si dilata.
Provo a distrarmi con un giochino sul cellulare, ma la linea non prende.
Leggere le notizie è impossibile.
Internet non esiste al Beauregard.
Lo avevo detto che doveva diventare un carcere.
Alzo lo sguardo.
Altre donne. Alcune da sole, come me. Altre accompagnate.
Penso: strano, non conosco nessuna.
Eppure ad Aosta ci si conosce tutti.
Siamo numericamente un quartiere di Torino.
Infatti, basta poco.
La vedo.
La conosco. Anche bene.
“Ehi, e tu?”
“Devo fare una mammografia di controllo. La faccio ogni anno, sai, è ereditario a casa mia. E tu?”
“Boh… mi sembra che qualcosa non va.”
“Ma sì, stai tranquilla.”
“Si spogli, lì nel camerino.”
Ci sono due operatrici. Sembrano gentili.
Mi chiedono perché sono lì.
Dico la frase che mi avevano detto di dire: “Credo di avere un nodulo.”
Mi spiegano tutto.
Faremo quattro lastre, due per ogni seno: frontale e laterale.
La macchina prende il seno e lo preme.
Il più possibile.
Una pressa.
“Venga avanti. Così. Si lasci cadere verso la macchina.”
Nel frattempo, la collega tira il seno verso il macchinario.
Poi scatta il momento della pressione.
Fa male.
Tanto.
Quasi da piangere.
Mi viene in mente quando, diciotto anni prima, in quello stesso ospedale, avevo partorito mio figlio.
Tutti mi dicevano: “Tranquilla, fa male ma lo dimenticherai.”
Ecco, non è vero.
Il dolore non si dimentica.
Il corpo se lo ricorda.
Fa male per quattro volte.
Una per ogni lastra.
Se è tutto a posto, dicono, potrà ritirare l’esito tra 60 giorni.
Altrimenti la chiameranno.
Abbiamo finito.
Mi hanno richiamato.
Link utili: https://www.ausl.vda.it/prevenzione/screening/mammografia
Vivo tra i monti, sono curiosamente curiosa. Scrivo. Amo il jazz e il buon vino.
Scrivi cara Genny, scrivi che è la cosa che ami di più ! Leggerò ogni tuo passo e ti starò vicino .
Grazie Paola, sei speciale.