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Il 15 ottobre del 2000 la Valle d’Aosta fu travolta da un’alluvione devastante. Venti vite spezzate. Venti nomi che non possiamo dimenticare. Tra questi, quello di Elis Perron, mio coscritto, di Fénis. Da allora, ogni 15 ottobre ha un sapore diverso. Un nodo in gola, un ricordo che pesa, ma anche una forza che ritorna.
Quella notte io e la mia famiglia rimanemmo isolati nella nostra casa di Nus, uno dei comuni più colpiti. Avevamo passato il pomeriggio a cercare di fermare un ruscello impazzito che aveva invaso il nostro piazzale. Un rusceletto, dicevamo. Lo affrontammo come si affrontano le piccole cose: con qualche mattonella, un secchio, le mani nude e la speranza. Ma quando calò la sera, quel rusceletto si trasformò in un fiume d’acqua che ci costrinse a fuggire. Scappammo nel condominio accanto. Di corsa. Con il cuore in gola. Con l’acqua dietro le spalle.
Poi il buio. Le linee telefoniche interrotte. Solo il suono vuoto e assordante dei massi che cadevano a pochi metri da noi. Mio padre e il nostro vicino Pin, nella penombra, continuavano a ripetersi sottovoce in patois: “Domani la casa non ci sarà più”.
Nel frattempo, la radio a pile raccontava di una frana a Fénis. “Al Perron”, dicevano. Il villaggio dove abitava mia nonna. Il villaggio dove aveva perso la vita Elis. Non riuscivamo a parlare. Solo ascoltare. Solo pregare.
Poi, finalmente, l’alba. E la sorpresa: la nostra casa era ancora lì. Intatta. Anche quella di mia nonna. Ma intorno, un deserto. Un muro di tre metri fatto di detriti, nitta, tronchi e massi aveva circondato la nostra casa. Era come se fosse finita nel letto di un torrente. Anzi, lo era. Il paesaggio che conoscevamo non esisteva più. Ma da quell’immagine di desolazione è nata una scintilla: la voglia di ricominciare.
Nel giro di poche ore, da ogni angolo della Valle e anche da fuori, arrivarono volontari. Persone con pale, picconi, mani forti e cuori grandi. Giovani, anziani, donne, uomini. Tutti per aiutare. Tutti per ricostruire. Fu un moto spontaneo e meraviglioso. Una catena umana di solidarietà. Una forza collettiva che ci ha permesso di rialzarci.






A distanza di 25 anni, in un’epoca in cui gli eventi climatici estremi sono purtroppo sempre più frequenti, vale la pena ricordare anche un aspetto istituzionale che ha fatto la differenza: il ruolo del Presidente della Regione Valle d’Aosta, che è anche Prefetto. Una particolarità prevista dallo Statuto speciale, che consente al Presidente di assumere direttamente le funzioni prefettizie, in quanto rappresentante dello Stato in Regione.
Questo doppio ruolo ha permesso, allora come oggi, di agire con rapidità ed efficacia in situazioni di emergenza. Non serve attendere l’intervento di un prefetto nominato da Roma: le decisioni si prendono sul posto, con chi conosce il territorio e può intervenire subito.
Negli ultimi anni alcuni partiti propongono di modificare la legge elettorale valdostana per introdurre l’elezione diretta del Presidente della Regione, come avviene nelle altre Regioni italiane. Ma siamo sicuri che sia la scelta giusta per una realtà come la nostra?
Oggi il Presidente viene eletto dal Consiglio regionale e questo consente di mantenere un equilibrio istituzionale, perché non è solo capo dell’esecutivo, ma anche figura di garanzia. Se venisse eletto direttamente dai cittadini, la sua legittimazione politica sarebbe più forte, più marcata, e potrebbe non essere più compatibile con il ruolo di Prefetto, che richiede imparzialità e rappresentanza dello Stato.
Facciamo un esempio: se il Presidente eletto con la maggioranza dei voti dovesse prendere decisioni immediate in un’emergenza, è possibile che la sua figura venga vista non più come garante super partes, ma come “uno schierato”. A quel punto, lo Stato potrebbe decidere di nominare un altro prefetto, come nelle altre Regioni, facendo perdere alla Valle questa autonomia operativa unica.
Allora chiediamocelo insieme: siamo davvero pronti a rinunciare a una prerogativa che ha dimostrato tutto il suo valore in momenti cruciali? Siamo disposti a sacrificare un modello che funziona, per inseguire una soluzione che funziona altrove, ma che potrebbe non essere adatta a noi?
Vivo tra i monti, sono curiosamente curiosa. Scrivo. Amo il jazz e il buon vino.
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