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Quando esci da una visita che doveva essere soltanto un’ecografia e ti ritrovi invece con due biopsie e sei prelievi effettuati, non hai certezze, ma sai benissimo cos’è successo.
Lo sai perché quella visita è durata oltre un’ora. Lo sai dai volti delle persone che ti hanno accompagnata in quella stanza. Certo, non sai ancora cosa significhi realmente, cosa comporterà esattamente, cosa succederà adesso, ma comprendi subito che la tua vita potrebbe cambiare.
Dopo la visita ho percorso di nuovo il corridoio da cui ero arrivata. Mi sono diretta verso le porte d’uscita e, come ogni volta, ho dovuto alzare il braccio e muovere la mano davanti alla fotocellula per far capire che volevo uscire. È sempre così. Sono bassa.
Avevo un disperato bisogno di uscire. Fuori, accanto all’ascensore, c’è una panchina. Volevo soltanto sedermi lì, accendere una sigaretta e piangere.
E ora? Cosa faccio?
La sigaretta è svanita in due respiri. Avevo ancora negli occhi le OSS che delicatamente mi pulivano il gel, le luci blu soffuse, l’atmosfera quasi irreale. “Bisogna attendere i risultati, ci vorranno circa dieci giorni”. Ma cosa diamine era successo in quella stanza? Mi sembrava di essere finita dentro una delle mille serie Netflix che consumo quotidianamente. E invece no, quella era la realtà, nessuna finzione.
Mi sentivo completamente impreparata, smarrita. Non avevo mai affrontato davvero questi argomenti. Forse qualche articolo sulle leggi regionali, lunghe discussioni politiche che ora, in quel preciso momento, mi apparivano incredibilmente distanti e insignificanti. La politica, certe volte, diventa davvero un mondo astratto, lontano, inutile.
Nel frattempo avevo già finito anche la seconda sigaretta. Non riuscivo a mettere ordine nei pensieri.
Ho chiamato un amico, qualcuno che sapeva già cosa mi stesse accadendo. Mi aveva detto di chiamarlo appena finita la visita.
“Non è andata bene.”
“In che senso?”
“Non lo so.”
E davvero non lo sapevo. Sentivo soltanto un vortice di sensazioni, percezioni, parole non dette a voce ma chiare nel linguaggio dei corpi.
“Ora devi stare calma. Dobbiamo aspettare di capire con precisione cosa sia. Dobbiamo dargli un nome e un cognome.”
Provo a stare calma. Mi alzo e vado verso il parcheggio. Mi gira la testa, il ghiaccio istantaneo che mi hanno applicato sul seno ora è tiepido.
Mi siedo in macchina. Guardo il tabacco e penso: “Un’ultima sigaretta e poi chiamo Davide”.
Prendo la macchinetta per rollarmi la sigaretta, in acciaio decorata con motivi floreali, acquistata su Amazon tempo prima. Prendo il tabacco, le cartine, i filtrini e la macchinetta. Esco dalla macchina e appoggio tutto sul muretto del parcheggio.
Rientro in macchina. Suona il telefono. È di nuovo il mio amico, quello che sa perfettamente cosa sta accadendo.
“Genny, ancora una cosa, vista la giornata, ancora una sigaretta ok, ma poi basta.”
“Già fatto.”
Ho smesso di fumare.
Nota: Non diventerò di certo la paladina della lotta contro il fumo, ma per chi si trovasse nella situazione di dover smettere rapidamente, propongo un video che a me è servito. (sì, ho ancora voglia di fumare, tutte le mattine e tutte le sere, ma forse questa era la prima battaglia. Da quel momento, comunque, non ho più fumato, neanche sigarette elettroniche).
Vivo tra i monti, sono curiosamente curiosa. Scrivo. Amo il jazz e il buon vino.
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