“Viviamo nel capitalismo. Il suo potere sembra ineluttabile. Ma lo sembrava anche il diritto divino dei re. Ogni potere umano può essere contrastato e cambiato dagli esseri umani.”
La frase è di Ursula K. Le Guin e mi è tornata in mente leggendo due notizie molto diverse sull’intelligenza artificiale.
La prima arriva dalla Corea del Sud. Il Korea Times ha raccontato il progetto “AI for All”: agenti di intelligenza artificiale gratuiti per tutti i cittadini, accessibili attraverso strumenti quotidiani come messaggi, telefonate e SMS. Non solo chatbot che rispondono a domande, ma assistenti capaci di svolgere azioni concrete: cercare informazioni, prenotare servizi, effettuare pagamenti, aiutare le persone a orientarsi tra pratiche e bisogni quotidiani.
La seconda arriva invece dal cuore dell’industria tecnologica americana. Jacob Coxon, ricercatore di Anthropic ed ex OpenAI, si è dimesso lanciando un allarme durissimo: secondo lui, chi costruisce i sistemi di AI più avanzati sa che potrebbero arrivare a “ucciderci tutti” entro la fine del decennio.
Da una parte, quindi, l’AI come servizio pubblico.
Dall’altra, l’AI come minaccia esistenziale.
In mezzo, noi.
Ed è forse qui che la questione diventa interessante. Perché l’intelligenza artificiale continua a oscillare tra promessa e paura. Da un lato viene raccontata come uno strumento capace di semplificare la vita, ridurre le disuguaglianze digitali, aiutare i cittadini ad accedere ai servizi. Dall’altro viene descritta come una tecnologia fuori controllo, troppo potente, sviluppata da aziende private in competizione tra loro.
Ma forse la domanda più utile non è se l’AI ci salverà o ci distruggerà.
La domanda è: chi la governa?
Il progetto coreano è interessante proprio perché sposta l’AI dal terreno del prodotto commerciale a quello dell’infrastruttura. Se l’intelligenza artificiale diventa uno strumento importante per lavorare, studiare, informarsi e accedere ai servizi, allora il suo accesso non può dipendere soltanto da chi può permettersi l’abbonamento migliore.
Pensiamo a un cittadino che deve capire se ha diritto a un contributo, a una famiglia che cerca un servizio, a una persona anziana che fatica a orientarsi tra moduli, scadenze e procedure online. Un agente pubblico ben progettato potrebbe non limitarsi a rispondere a una domanda, ma accompagnare davvero la persona: indicare i documenti necessari, ricordare una scadenza, semplificare un passaggio burocratico.
Naturalmente non basta dire “AI per tutti” perché tutto diventi automaticamente positivo. Un assistente che entra nelle pratiche amministrative, nei pagamenti, nelle comunicazioni personali e nei servizi pubblici raccoglie dati, interpreta bisogni, suggerisce azioni. Qui le domande su privacy, sicurezza, trasparenza e responsabilità diventano enormi.
Ed è proprio qui che entra una parola complicata, ma utile: tecnofeudalesimo.
L’ha usata, tra gli altri, Yanis Varoufakis per descrivere l’evoluzione del capitalismo nell’epoca delle grandi piattaforme digitali. L’idea, semplificando, è questa: non siamo più solo clienti che comprano un servizio. Sempre più spesso viviamo, lavoriamo, comunichiamo e cerchiamo informazioni dentro spazi controllati da pochi grandi soggetti privati.
Con l’intelligenza artificiale questo rischio aumenta. Se gli strumenti che usiamo per studiare, lavorare, informarci e accedere ai servizi appartengono a pochi, anche la nostra autonomia può ridursi.
Per questo conoscere l’AI è importante.
Non per diventare tutti esperti, ma per capire dentro quale sistema ci stiamo muovendo. Chi possiede lo strumento? Quali dati usa? Quali interessi ci sono dietro? Che cosa ci permette di fare e che cosa, invece, ci abitua a delegare?
La consapevolezza non risolve tutto, ma è il primo passo per scegliere. Possiamo usare questi strumenti, certo. Possiamo anche decidere di non usarli, o di usarli con limiti più chiari. Ma senza conoscerli rischiamo soltanto di subirli.
E forse proprio l’AI, se capita e governata, può aiutarci anche a trovare soluzioni nuove. Non è un essere umano. Non è un destino. È uno strumento potente. E come tutti gli strumenti potenti, va conosciuto prima di essere consegnato alla nostra vita quotidiana.
In questo senso, l’Europa ha provato a muoversi su un terreno diverso. Con l’AI Act ha scelto di non lasciare l’intelligenza artificiale soltanto al mercato o alla paura, ma di farne una questione politica: regole, responsabilità, trasparenza, diritti.
È una strada perfetta? No. Le norme rischiano sempre di arrivare tardi rispetto alla tecnologia. Possono essere complesse, lente, difficili da applicare. Ma l’alternativa sarebbe peggiore: lasciare che siano solo le grandi piattaforme a decidere che cosa è utile, sicuro, accettabile o pericoloso.
La Corea del Sud mostra una possibilità: l’AI come servizio accessibile.
Anthropic ci ricorda il rischio: l’AI come corsa fuori controllo.
L’Europa prova a indicare una via: l’AI come tecnologia da regolare, non da subire.
Tra “AI per tutti” e “AI che ci ucciderà tutti” c’è lo spazio vero della politica. Non quella degli slogan, ma quella che decide accesso, limiti, diritti, controlli e responsabilità.
E poi c’è lo spazio della conoscenza.
Perché nessuna regola sarà sufficiente se continueremo a trattare l’intelligenza artificiale come una magia, una minaccia indistinta o un essere quasi umano. L’AI è uno strumento potente. Proprio per questo va capita, usata, discussa, regolata.
Non per diventarne schiavi.
Ma per restare esseri umani capaci di scegliere.
Vivo tra i monti, sono curiosamente curiosa. Scrivo. Amo il jazz e il buon vino.
En effet un des gros problèmes est là volonté d’une élite d’ employer l’ IA pour créer une classe soumise, quand IA pourrait aider à créer les conditions pour améliorer la vie dans la Planète.